postato da soffio alle ore 23:41 lunedì, 28 marzo 2005

PERCHE' IL SOLE E LA LUNA VIVONO IN CIELO

 

Molto e molto tempo fa, il Sole e l’Acqua erano amici e vivevano tutti e due sulla Terra.

Il Sole andava a trovare l’Acqua quasi ogni giorno, ma, per quanto lui la pregasse, lei non ri­cambiava mai la visita.Così il Sole le chiese:«Perché non vieni mai a trovarmi, sorella mia?»

E l’Acqua:

«Se mi vuoi come ospite devi ingrandire la tua casa, perché ovunque io vada i miei parenti ven­gono con me: e sono molti, moltissimi! La capan­na dove vivi non potrebbe mai contenerci tutti.»

Il Sole decise subito di costruirsi una casa im­mensa e si mise al lavoro insieme a sua moglie, la Luna.

Appena ebbero finito, il Sole corse dall’Acqua e la invitò per il giorno dopo. E che portasse an­che la sua famiglia: c’era posto per tutti.

Quando l’Acqua arrivò, prima di varcare la soglia chiamò il padrone di casa:

«Eccoci, siamo arrivati! Sei sicuro che ci sta­remo tutti?»

«Ma certo» disse il Sole. «Hai mai visto una casa più grande di questa?»

Così l’Acqua cominciò a entrare: acqua di fiu­me e acqua di lago, acqua di mare e di torrente, di palude e di stagno... Acqua e ancora acqua, piena di pesci, di ranocchie, di squali; di cocco­drilli, di tartarughe, di ippopotami e di tutti gli animali che nuotano e sguazzano.

Dopo un po’ il Sole e la Luna si ritrovarono a bagno sino alle ginocchia e l’Acqua disse:

«Forse siamo in troppi, sarà meglio andar via.»

«Ma no» dissero Sole e Luna, che ci tenevano ad essere gentili «c’è ancora posto, entrate pure.»

L’Acqua continuò a riversarsi nella casa e in poco tempo fu abbastanza alta da arrivare al sof­fitto.

«I cugini e gli zii sono rimasti fuori della por­ta» disse l’Acqua al Sole e alla Luna, che nel frattempo si erano arrampicati sul tetto per non affogare. «Possono entrare anche loro?»

Il Sole e la Luna si scambiarono un’occhiata: dire di no sarebbe stato davvero troppo scortese. Così l’Acqua riempì la loro grande casa, ed

era tanta, tanta e poi tanta che alla fine copri il tetto e inghiotti la terra   tutt’intomo.

Al Sole e alla Luna non restò che rifugiarsi in cielo, dove vivono ancora oggi. Nessuno dei due, infatti, ha voglia di bagnarsi i piedi.

 

Mito della Nigeria (Africa)

Presa dal web

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categoria : miti
postato da soffio alle ore 00:43 giovedì, 03 febbraio 2005

Gli dèi, invidiosi di tanta perfezione dell’anima, l’avevano tagliata in due, lasciando ognuno a vagare in cerca del suo complementare…

Questo si narra nell’Olimpo…

Indurre a cercare attraverso l'amore la completezza perduta…

…l'unità uroborica…

…quell’unione oceanica percepita nel ventre materno…

…il nostro originario paradiso perduto quale riflesso di un ricordo di perfezione...

…non può essere riconquistato attraverso un’altra persona perché non sarà mai all’altezza delle nostre aspettative…

…puntuale giunge la delusione…

La completezza che anela l’uomo può essere trovata solo nella sua interiorità affinché l’incantesimo si rompa e l’illusione cada completamente…

All’improvviso mi svegliai…acc…non mi devo addormentare, no, non posso, si, si un caffè sì, ho ancora molte cose da fare…

La notte è ancora lunga, sono solo le 03.42, sono quasi al giro di boa e poi potrò finalmente dormire…dormire…

Uno strano eco nei pensieri…chi era invidioso di tanta perfezione?! Mah…

Strani sogni ultimamente…

Strani pensieri, anche, ultimamente…

Voglio l’illusione dell’estasi oceanica…

perché vorrei quella completezza perduta…

perché vorrei che tu fossi Aurora…

e per trovarti m’incamminerò nel sentiero del Nord

A Nord dell’estremo Nord

Dove non c’è più latitudine

Dove non c’è più longitudine

In cui cercarti

e finalmente trovarti!

Borea

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categoria : miti
postato da soffio alle ore 00:00 domenica, 19 settembre 2004

”Il Mito della Caverna” - Repubblica, 514a – 517a

Dentro una dimora sotterranea a forma di caverna, con l’entrata aperta alla luce e ampia quanto tutta la larghezza della caverna, pensa di vedere degli uomini che vi stiano dentro fin da fanciulli, incatenati gambe e collo, sí da dover restare fermi e da poter vedere soltanto in avanti, incapaci, a causa della catena, di volgere attorno il capo. Alta e lontana brilli alle loro spalle la luce d’un fuoco e tra il fuoco e i prigionieri corra rialzata una strada. Lungo questa pensa di vedere costruito un muricciolo, come quegli schermi che i burattinai pongono davanti alle persone per mostrare al di sopra di essi i burattini. – Vedo, rispose. – Immagina di vedere uomini che portano lungo il muricciolo oggetti di ogni sorta sporgenti dal margine, e statue e altre figure di pietra e di legno, in qualunque modo lavorate; e, come è naturale, alcuni portatori parlano, altri tacciono. – Strana immagine è la tua, disse, e strani sono quei prigionieri. – Somigliano a noi, risposi; credi che tali persone possano vedere, anzitutto di sé e dei compagni, altro se non le ombre proiettate dal fuoco sulla parete della caverna che sta loro di fronte? – E come possono, replicò, se sono costretti a tenere immobile il capo per tutta la vita? – E per gli oggetti trasportati non è lo stesso? – Sicuramente. – Se quei prigionieri potessero conversare tra loro, non credi che penserebbero di chiamare oggetti reali le loro visioni? – Per forza. – E se la prigione avesse pure un’eco dalla parete di fronte? Ogni volta che uno dei passanti facesse sentire la sua voce, credi che la giudicherebbero diversa da quella dell’ombra che passa? – Io no, per Zeus!, rispose. – Per tali persone insomma, feci io, la verità non può essere altro che le ombre degli oggetti artificiali. – Per forza, ammise. – Esamina ora, ripresi, come potrebbero sciogliersi dalle catene e guarire dall’incoscienza. Ammetti che capitasse loro naturalmente un caso come questo: che uno fosse sciolto, costretto improvvisamente ad alzarsi, a girare attorno il capo, a camminare e levare lo sguardo alla luce; e che così facendo provasse dolore e il barbaglio lo rendesse incapace di scorgere quegli oggetti di cui prima vedeva le ombre. Che cosa credi che risponderebbe, se gli si dicesse che prima vedeva vacuità prive di senso, ma che ora, essendo piú vicino a ciò che è ed essendo rivolto verso oggetti aventi piú essere, può vedere meglio? e se, mostrandogli anche ciascuno degli oggetti che passano, gli si domandasse e lo si costringesse a rispondere che cosa è? Non credi che rimarrebbe dubbioso e giudicherebbe piú vere le cose che vedeva prima di quelle che gli fossero mostrate adesso? – Certo. – E se lo si costringesse a guardare la luce stessa, non sentirebbe male agli occhi e non fuggirebbe volgendosi verso gli oggetti di cui può sostenere la vista? e non li giudicherebbe realmente piú chiari di quelli che gli fossero mostrati? – È cosí , rispose. – Se poi, continuai, lo si trascinasse via di lí a forza, su per l’ascesa scabra ed erta, e non lo si lasciasse prima di averlo tratto alla luce del sole, non ne soffrirebbe e non s’irriterebbe di essere trascinato? E, giunto alla luce, essendo i suoi occhi abbagliati, non potrebbe vedere nemmeno una delle cose che ora sono dette vere. – Non potrebbe, certo, rispose, almeno all’improvviso. – Dovrebbe, credo, abituarvisi, se vuole vedere il mondo superiore. E prima osserverà, molto facilmente, le ombre e poi le immagini degli esseri umani e degli altri oggetti nei loro riflessi nell’acqua, e infine gli oggetti stessi; da questi poi, volgendo lo sguardo alla luce delle stelle e della luna, potrà contemplare di notte i corpi celesti e il cielo stesso piú facilmente che durante il giorno il sole e la luce del sole. – Come no? – Alla fine, credo, potrà osservare e contemplare quale è veramente il sole, non le sue immagini nelle acque o su altra superficie, ma il sole in se stesso, nella regione che gli è propria. – Per forza, disse. – Dopo di che, parlando del sole, potrebbe già concludere che è esso a produrre le stagioni e gli anni e a governare tutte le cose del mondo visibile, e ad essere causa, in certo modo, di tutto quello che egli e i suoi compagni vedevano. – È chiaro, rispose, che con simili esperienze concluderà così . – E ricordandosi della sua prima dimora e della sapienza che aveva colà e di quei suoi compagni di prigionia, non credi che si sentirebbe felice del mutamento e proverebbe pietà per loro? – Certo. – Quanto agli onori ed elogi che eventualmente si scambiavano allora, e ai primi riservati a chi fosse piú acuto nell’osservare gli oggetti che passavano e piú rammentasse quanti ne solevano sfilare prima e poi e insieme, indovinandone perciò il successivo, credi che li ambirebbe e che invidierebbe quelli che tra i prigionieri avessero onori e potenza? o che si troverebbe nella condizione detta da Omero e preferirebbe “altrui per salario servir da contadino, uomo sia pur senza sostanza”, e patire di tutto piuttosto che avere quelle opinioni e vivere in quel modo? – Così penso anch’io, rispose; accetterebbe di patire di tutto piuttosto che vivere in quel modo. – Rifletti ora anche su quest’altro punto, feci io. Se il nostro uomo ridiscendesse e si rimettesse a sedere sul medesimo sedile, non avrebbe gli occhi pieni di tenebra, venendo all’improvviso dal sole? – Sí, certo, rispose. – E se dovesse discernere nuovamente quelle ombre e contendere con coloro che sono rimasti sempre prigionieri, nel periodo in cui ha la vista offuscata, prima che gli occhi tornino allo stato normale? e se questo periodo in cui rifà l’abitudine fosse piuttosto lungo? Non sarebbe egli allora oggetto di riso? e non si direbbe di lui che dalla sua ascesa torna con gli occhi rovinati e che non vale neppure la pena di tentare di andar su? E chi prendesse a sciogliere e a condurre su quei prigionieri, forse che non l’ucciderebbero, se potessero averlo tra le mani e ammazzarlo? – Certamente, rispose.

Platone





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categoria : miti