postato da soffio alle ore 23:39 mercoledì, 07 febbraio 2007

Frammenti di un discorso amoroso - Barthes Roland

Un vocabolario che comincia con un "abbraccio" e prosegue con "cuore", "dedica", "incontro", "notte", e "piangere" in cui Barthes interviene con il suo sottile ingegno di linguista a collezionare tutti questi discorsi spuri in un unico soliloquio. Per il grande pensatore francese l'amore è un discorso sconvolgente ed egli lo ripercorre attraverso un glossario dove recupera i momenti della "sentimentalità", opposta alla "sessualità", traendoli dalla letteratura occidentale, da Platone a Goethe, dai mistici a Stendhal. Si realizza così un repertorio suffragato da calzanti riferimenti letterari e da obbligati riferimenti psicanalitici sul lessico in uso nell'iniziazione amorosa.



L'attesa

Un mandarino era innamorato di una cortigiana. "Sarò vostra, - disse lei - solo quando voi avrete passato cento notti ad aspettarmi seduto su uno sgabello, nel mio giardino, sotto la mia finestra". Ma, alla novantanovesima notte, il mandarino si alzò, prese il suo sgabello sotto il braccio e se ne andò.

(da "Frammenti di un discorso amoroso" di Roland Barthes)

Rimetto a ognuno di voi dare un senso a questa breve ma significativa storia.

Non conoscevo questa storia, stasera mi è stata citata e incuriosita ne sono andata alla ricerca, credo che prenderò il libro dal quale è tratta.
Girando per il web ne ho trovate molte versioni riscritte sulle righe dell’originale, ne riporto quello che mi sembra più completa…Buona lettura.

La notte del soldato
di Nino Mirone http://www.poesieracconti.it/racconti/opera-1144

C'era una volta un Re, che regnava nilla parte della Sicilia. Era molto buono è amato dai suoi popolani, cà l'adoravano, quasi fossi un dio. - Questo Re, aviva una figlia, che di nome faciva: Gelinda. Era molto bella, lunghi capilli biondi l'attraversavano nel suo viso splendido e giovine, gli occhi parivano rifletteri, i colori del mari e del cielo, e l'universo criato si specchiava, dintra di lei.

La giovine principessa Gelinda, faciva impazzire i cuori e le teste di principi, nobili, cortigiani e di chiunque la vedessi, aviva un nobile aspetto, che ligato alla sua billizza, ne faciva quasi un angelo sceso dal paradiso, per dare gioia ai cuori degli uomini. - Il Re, che aviva a cori le sorti della figlia, sia per scanto di rapimento, sia pirchì tiniva a trovare un marito nobile e potenti, da dare in sposo alla figlia, ordinò che un soldato doviva stare sempre di guardia alla sua porta, di notte, in modo tale da essri sicuro di non aviri brutte soprprese.

Fra questi suldati, che si alternavano alla sicurezza della principessa, c'è n'era uno che si era innamurato follemente di lei, era da una parte cuntento di stare vicino alla sua Gelinda, proteggendola durante il suo sonno, ma allo stisso tempo, impazziva per non poergli parlari e dichiarare il suo amore, in quanto lui, come umili soldato, nenache dell'anticamero del cervello potiva pensare di parlare con la principessa.

Più passava il tempo, e più il suo amore per la sua Gelinda cresceva, era arrivato a un punto che non riusciva più a esseri prisenti nel suo lavoro. - La sua testa, era impignata sempre su di lei, e incominciava a capire cà così nun potiva andare avanti, pena l'allontanamento della guardia, cosa che lui non voliva mancu pensare. - Allora, un giorno presi coraggio, e quando la principessa Gelinda entrò nella sua stanza, lui la seguì ed entrò macari lui.

"Principessa Gelinda, dissi. Io, le devo confessare il mio amore per lei; so cà sono un umile soldato, ma la mia umiltà di soldato è niente per l'amore che provo per lei. Non chiedo nulla, non posso pinsari che, una principessa si innamori di uno come a mia, ma la prego di credermi che le poche parole che riesco a dire, per l'emozione, parlano del mio cuore e dell'amore perdutamente perso di lei".

Mentri parlava, gli occhi gli lacrimavano per la gioia e la cuntintizza di fare quello che stava facendo, non gli pariva vero! - La principessa, che durante queste parole, era rimasta ferma nel centro della stanza, parvi colpita per l'audacia di quel soldato, e per la sua franchezza e per il suo coraggio, sapendo che se lei parlava a suo padre, poco poco, il poviro soldato finiva arrosto, o peggio infilzato. Colpita, da così tanta audacia e sincerità, la principessa allora dissi al soldato:

"Se saprai aspettare, cento giorni e cento notti, sotto la mia finestra senza muoverti mai, io alla fine del centesimo giorno l'aprirò, e alla fine io sarò tua".

Al poviro soldato, quelle parole non sembrarono vere, ma come dissi, io un povero soldato, gli viene data la possibilità di essere di una principessa? - Da allora, il soldato si misi sotto la finestra della principessa, e non mossi più.

Passavano i giorni, e il poviro soldato sutta l'acqua e il vento, bagnato fradicio, stava li, con gli occhi incollati alla finestra, cà era sempre chiusa. La fami incominciava a farsi sintiri, la siti gli asciugava la gola e le sue labbra, erano divintati viola e increspati. - Passarono i mesi, il poviro soldato era quasi allo stremo delle forze; dimagrito, smunto come un limoni sicco, gli occhi non avivano manco più una lacrima per bagnarli, erano divintati niuri e sicchi; il viso era pallido e pelle e ossa; il suo cori batteva così piano cà non era quasi più sicuro dell'amore cà prima di quei giorni aviva confessato alla principessa; non aviva neanche la forza di alzarsi in piedi, le sue gambe non lo riggivano quasi più.

Alla novantanovesima notte, quannu oramai, macava poco al traguardo, a essere della sua Gelinda, magro com'era e debole come un fruscello, il soldato cercò tutte le sue forze, si alzò in piedi, e se ne andò via.
postato da soffio alle ore 21:17 mercoledì, 11 ottobre 2006




IL PARADISO
(leggenda celtica)


Un uomo, il suo cavallo e il suo cane camminavano lungo una strada.
Mentre passavano vicino ad un albero gigantesco un fulmine li colpì, uccidendoli all’istante.
Ma il viandante non si accorse di aver lasciato questo mondo e continuò a camminare, accompagnato dai suoi animali; il cammino era molto lungo, dovevano salire una collina, il sole picchiava forte ed erano sudati e assetati.
A una curva della strada videro un portone magnifico, di marmo, che conduceva ad una piazza pavimentata con blocchi d’oro, al centro della quale s’innalzava una fontana da cui sgorgava dell’acqua cristallina.
Il viandante si rivolse all’uomo che sorvegliava l’entrata.
“Buongiorno”
“Buongiorno”, rispose il guardiano.
“Che luogo è mai questo,tanto bello?”
“E’ il cielo”
“Che bello essere arrivati in cielo,abbiamo tanta sete!”
“Puoi entrare e bere a volontà”
“Anche il mio cavallo e il mio cane hanno sete”
“Mi dispiace molto”, disse il guardiano, ”ma qui non è permessa l’entrata agli animali”.
L’uomo fu molto deluso: la sua sete era grande, ma non avrebbe mai bevuto da solo.
Ringraziò il guardiano e proseguì.
Dopo avere camminato a lungo su per la collina, il viandante e gli animali giunsero in un luogo il cui ingresso era costituito da una vecchia porta, che si apriva su un sentiero di terra battuta,fiancheggiato da alberi. All’ombra di uno di essi era sdraiato un uomo che portava un cappello; probabilmente era addormentato.
“Buongiorno” disse il viandante.
L’uomo fece un cenno col capo.
“Io, il mio cavallo e il mio cane abbiamo molta sete”.
“C’è una fonte tra quei massi”disse l’uomo e, indicando il luogo,aggiunse: ”Potete bere a volontà”.
L’uomo, il cavallo e il cane si avvicinarono alla fonte e si dissetarono.
Il viandante andò a ringraziare. ”Tornate quando volete”rispose l’uomo.
“A proposito, come si chiama questo posto?”
“Cielo”
“Cielo? Ma il guardiano del portone di marmo ha detto che il cielo era quello là!”
“Quello non è il cielo, è l’inferno”.
Il viandante rimase perplesso. ”Dovreste proibire loro di utilizzare il vostro nome! Di certo, questa falsa informazione causa gravi confusioni!!”
“Assolutamente no. In realtà, ci fanno un grande favore. Perché là si fermano quelli che non esitano ad abbandonare i loro migliori amici”.

 

postato da soffio alle ore 17:11 martedì, 12 settembre 2006



Yin e Yang

Chang E e suo marito Hou Yi, il prodigioso arciere, vivevano durante il regno del leggendario imperatore Yao (2000 a.C. circa).
Hou Yi era un valente membro della Guardia Imperiale che maneggiava un arco magico e scoccava frecce magiche.
Un giorno nel cielo apparvero dieci soli. La gente sulla terra non riusciva più sopportare il caldo e la siccità che ormai continuavano da diversi anni.
L’imperatore decise allora di chiamare Hou Yi ordinandogli di tirare ai soli in soprannumero per eliminarli dal cielo e soccorrere così la popolazione.
Facendo uso della sua abilità, Hou Yi ne abbattè nove lasciandone solo uno. La sua fama si diffuse, allora, fino giungere alla Regina Madre d’Occidente (Xi Wang Mu) nei lontani Monti Kunlun. Essa lo convocò al suo palazzo per ricompensarlo con la pillola dell’immortalità, ma avvertendolo così:
"Non devi mangiare la pillola immediatamente. Prima devi prepararti per 12 mesi con la preghiera e il digiuno".
Essendo un uomo diligente, egli prese a cuore il consiglio e iniziò i preparativi nascondendo, prima di tutto, a casa sua la pillola. Sfortunatamente fu chiamato d’improvviso per una missione urgente.
In sua assenza, la moglie Chang E notò una luce fioca e un dolce odore emanare da un angolo della stanza. Una volta presa la pillola nella mano, non riuscì a trattenersi dall’assaggiarla. Nel momento in cui la ingoiò la legge di gravità perse il suo potere su di lei. Poteva volare! Non molto tempo dopo sentì suo marito ritornare e terrorizzata volò fuori della finestra.
Arco e frecce in mano, Hou Yi la inseguì per mezzo cielo, ma un forte vento lo riportò a casa.
Chang E volò dritta sulla Luna , ma quando arrivò, ansimava così forte per lo sforzo compiuto, che sputò l’involucro della pillola, la quale si tramutò istantaneamente in un coniglio di giada, mentre Chang E divenne un rospo a tre zampe.
Da allora vive sulla luna respingendo le frecce magiche che il marito le tira.
Hou Yi si costruì un palazzo sul sole ed essi si vedono il 15° giorno di ogni mese.
Chang E e Hou Yi, simboli, rispettivamente della luna e del sole, sono divenuti espressione di yin e yang, negativo e positivo, buio e luce, femminile e maschile, ossia della dualità che governa l’universo.

leggenda Cinese
postato da soffio alle ore 22:47 sabato, 26 agosto 2006




L'ORIGINE DEL SILENZIO
Tratto da: Gerolamo Bottoni, Pietro Gobbi "Sul Limitare del Latino", settembre 1940

I poeti, tutti beatamente assorti nella contemplazione del volto bello e sorridente di Dio, che spartiva dall'alto del suo trono la Terra agli uomini, non s'erano punto curati di chiedergli la loro parte. Poveri poeti! Erano rimasti, così, a mani vuote e, ormai, non avevano più nulla da sperare. Con l'armonia dei cieli negli orecchi, colla visione gioiosa dell'Onnipotente negli occhi, discesero, piano piano, rassegnati, ma tristi, sulla terra.
Chi visse sulle rive del mare risonante; chi contemplò, a lungo, la luna dalle bianche ali; chi guardò l'immensa legione delle stelle scherzare, gioiosamente, nell'etere immenso, e chi s'accovacciò, ravvolto nel manto della notte, ad ascoltare la voce dell'ombre parlanti, dolcemente, per bocca dell'usignolo. Ma tutti provavano un dolore immenso e avevano il cuore pieno di cose inesprimibili, il cervello gonfio di fantasmi, che, invano, cercavano la loro via e la loro vita.
Iddio guardava, di tanto in tanto, i dolenti poeti pietosamente, pensando come meglio ricompensarli del danno patito. Ma, un dì, sorrise amabilmente e, a gran voce, li chiamò ai piedi del suo trono. Una schiera sottile di gente, col viso smunto, cogli occhi infossati, lucidi, coperta di polvere e di luce, s'inginocchiò, di botto dinanzi a Lui, in trepida attesa. Ed ecco, il Signore, con un gesto largo e solenne, far loro un dono divino: il silenzio; ed ecco, i poeti, a poco a poco, sorridere, poi ridere gioiosamente; ecco le lor guancie emaciate diventar latte e sangue; gli occhi infossati e lucidi acquistar, progressivamente, la tranquillità e la serenità dei cieli e la polvere, di cui erano coperti, alzarsi e diventare nimbo luminoso intorno alle teste.
I poeti erano felici! Ridiscesi sulla terra, sentirono uscire dal silenzio i loro canti inespressi; prendere libertà e vita i fantasmi prigionieri, fino allora, del cervello, pullulare sulle labbra le più magiche parole. Dal silenzio, essi sentirono esalare, all'intorno, la passione dell'eternità e fu, dovunque, una melodia immensa, simile ad una fragrante leggenda.


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categoria : leggende
postato da soffio alle ore 00:57 mercoledì, 02 agosto 2006




Il cuore più bello del mondo
(Leggenda indiana)

C'era una volta un giovane in mezzo ad una piazza gremita di persone, diceva di avere il cuore più bello del mondo, o quantomeno della vallata. Tutti quanti gliel'ammirava era davvero perfetto, senza alcun minimo difetto. Erano tutti concordi nell'ammettere che quello fosse stato proprio il cuore più bello che avessero mai visto in vita loro, e più lo dicevano, più il giovane diveniva superbo e si vantava di quel suo cuore meraviglioso.
All'improvviso spuntò fuori dal nulla un vecchio, che emergendo dalla folla disse:
"Beh, a dire il vero, il tuo cuore è molto meno bello del mio.”.
E così lo mostrò a tutti. Certo, quel cuore batteva forte, ma era ricoperto di cicatrici.
C'erano zone dalle quali erano stati recisi dei pezzi e sostituiti con altri, ma non combaciavano bene, così il cuore risultava tutto bitorzoluto. Per giunta, era pieno di grossi buchi.
Tutti osservavano il vecchio, colmi di perplessità, domandandosi come poteva affermare che il suo cuore fosse bello.
Il giovane guardò com'era ridotto quel vecchio e scoppiò a ridere:
"Starai scherzando!", disse. "Confronta il tuo cuore col mio, il mio è perfetto, mentre il tuo è un rattoppo di ferite e lacrime.”.
"Vero", ammise il vecchio. "Il tuo ha un aspetto assolutamente perfetto, ma non farei mai a cambio col mio. Vedi, ciascuna ferita rappresenta una persona alla quale ho donato il mio amore, ho staccato un pezzo del mio cuore e gliel'ho dato, e spesso ne ho ricevuto in cambio un pezzo del loro cuore, a colmare il vuoto lasciato nel mio cuore. Ma certo, ciò che dai non è mai esattamente uguale a ciò che ricevi e così ho qualche bitorzolo a cui sono affezionato, però ciascuno mi ricorda l'amore che ho condiviso.
Altre volte invece ho dato via pezzi del mio cuore a persone che non mi hanno corrisposto questo ti spiega le voragini. Amare è rischioso, certo, ma per quanto dolorose sono queste voragini che rimangono aperte nel mio cuore, mi ricordano sempre l'amore che provo anche per queste persone e chissà? forse un giorno ritorneranno, e magari colmeranno lo spazio che ho riservato per loro. Comprendi, adesso, che cosa sia la vera bellezza?"
Il giovane era rimasto senza parole e lacrime copiose gli rigavano il volto. Prese un pezzo del proprio cuore, andò incontro al vecchio, e gliel'offrì con le mani che tremavano. Il vecchio lo accettò, lo mise nel suo cuore, poi prese un pezzo del suo vecchio cuore rattoppato e con esso colmò la ferita rimasta aperta nel cuore del giovane. C’entrava, ma non combaciava perfettamente, faceva un piccolo bitorzolo.
Il giovane guardò il suo cuore, che non era più "il cuore più bello del mondo", eppure lo trovava più meraviglioso che mai perché l'amore del vecchio ora scorreva dentro di lui.