postato da soffio alle ore 22:47 sabato, 26 agosto 2006




L'ORIGINE DEL SILENZIO
Tratto da: Gerolamo Bottoni, Pietro Gobbi "Sul Limitare del Latino", settembre 1940

I poeti, tutti beatamente assorti nella contemplazione del volto bello e sorridente di Dio, che spartiva dall'alto del suo trono la Terra agli uomini, non s'erano punto curati di chiedergli la loro parte. Poveri poeti! Erano rimasti, così, a mani vuote e, ormai, non avevano più nulla da sperare. Con l'armonia dei cieli negli orecchi, colla visione gioiosa dell'Onnipotente negli occhi, discesero, piano piano, rassegnati, ma tristi, sulla terra.
Chi visse sulle rive del mare risonante; chi contemplò, a lungo, la luna dalle bianche ali; chi guardò l'immensa legione delle stelle scherzare, gioiosamente, nell'etere immenso, e chi s'accovacciò, ravvolto nel manto della notte, ad ascoltare la voce dell'ombre parlanti, dolcemente, per bocca dell'usignolo. Ma tutti provavano un dolore immenso e avevano il cuore pieno di cose inesprimibili, il cervello gonfio di fantasmi, che, invano, cercavano la loro via e la loro vita.
Iddio guardava, di tanto in tanto, i dolenti poeti pietosamente, pensando come meglio ricompensarli del danno patito. Ma, un dì, sorrise amabilmente e, a gran voce, li chiamò ai piedi del suo trono. Una schiera sottile di gente, col viso smunto, cogli occhi infossati, lucidi, coperta di polvere e di luce, s'inginocchiò, di botto dinanzi a Lui, in trepida attesa. Ed ecco, il Signore, con un gesto largo e solenne, far loro un dono divino: il silenzio; ed ecco, i poeti, a poco a poco, sorridere, poi ridere gioiosamente; ecco le lor guancie emaciate diventar latte e sangue; gli occhi infossati e lucidi acquistar, progressivamente, la tranquillità e la serenità dei cieli e la polvere, di cui erano coperti, alzarsi e diventare nimbo luminoso intorno alle teste.
I poeti erano felici! Ridiscesi sulla terra, sentirono uscire dal silenzio i loro canti inespressi; prendere libertà e vita i fantasmi prigionieri, fino allora, del cervello, pullulare sulle labbra le più magiche parole. Dal silenzio, essi sentirono esalare, all'intorno, la passione dell'eternità e fu, dovunque, una melodia immensa, simile ad una fragrante leggenda.


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categoria : leggende
postato da soffio alle ore 12:01 giovedì, 17 agosto 2006



Parabola insegnata dal Buddha

(Dedicata a tutti coloro che credono nella fortuna e nella sfortuna, nella positività e nella negatività, nel bene e nel male e in tutte le altre concezioni dualiste dell'esistenza.)

Un contadino possedeva un cavallo. Era tutto ciò che aveva, oltre alla sua modesta capanna.
Un giorno questo cavallo fuggì. Tutti gli abitanti del villaggio vollero andare da questo contadino per consolarlo: in quei tempi, perdere l'unico cavallo che si possedeva era una vera tragedia. Ma a coloro che gli dicevano "che tremenda sfortuna ti ha colpito" lui rispondeva: "può darsi".
Il cavallo fuggito si unì ad un branco di cavalli selvaggi. Venne l'inverno, con l'inverno venne la neve, e per i cavalli allo stato brado diventò difficile trovare da mangiare.
Il cavallo fuggito si ricordò del cibo che ogni giorno mangiava presso il suo padrone e decise di tornare. Il branco lo seguì. Il contadino si ritrovò proprietario di un branco di ben dodici cavalli. Praticamente era diventato il più ricco del suo villaggio. Tutti vennero a complimentarsi per questa grande fortuna, ma ancora una volta lui rispose a chi gli domandava se non si ritenesse fortunato: "può darsi". Passarono alcuni anni, il figlio del contadino divenne un giovane forte ed esuberante.
Essendo figlio di un proprietario di cavalli volle imparare a cavalcare e si divertiva a galoppare a tutta velocità. In una delle sue cavalcate, cadde da cavallo, le gambe rimasero paralizzate.
Era l'unico figlio maschio del contadino, e questo rendeva la disgrazia ancora più terribile: chi avrebbe mandato avanti la casa quando i genitori fossero diventati troppo vecchi per lavorare nei campi? Tutto il villaggio tornò dal contadino per consolarlo per questo terribile avvenimento, ma a chi affermava "che grande disgrazia ti ha colpito!" lui rispondeva con il solito "può darsi...."
L'anno seguente passarono dal villaggio le guardie dell'Imperatore per reclutare soldati da mandare in guerra. Tutti i giovani furono portati via, tranne naturalmente il figlio del contadino, dato che non poteva camminare. Solo dopo alcuni anni si seppe che erano morti tutti.
Il contadino era dunque l'unico padre del villaggio ad avere ancora un figlio vivo, sebbene invalido. Inoltre, non dovette soffrire per anni in attesa di notizie del proprio figlio, come gli altri padri del villaggio. Uno di questi padri gli fece visita per dirgli: in fondo è stata una fortuna che tuo figlio sia diventato invalido: ha evitato una morte quasi certa. Il contadino rispose: "può darsi".
postato da soffio alle ore 00:57 mercoledì, 02 agosto 2006




Il cuore più bello del mondo
(Leggenda indiana)

C'era una volta un giovane in mezzo ad una piazza gremita di persone, diceva di avere il cuore più bello del mondo, o quantomeno della vallata. Tutti quanti gliel'ammirava era davvero perfetto, senza alcun minimo difetto. Erano tutti concordi nell'ammettere che quello fosse stato proprio il cuore più bello che avessero mai visto in vita loro, e più lo dicevano, più il giovane diveniva superbo e si vantava di quel suo cuore meraviglioso.
All'improvviso spuntò fuori dal nulla un vecchio, che emergendo dalla folla disse:
"Beh, a dire il vero, il tuo cuore è molto meno bello del mio.”.
E così lo mostrò a tutti. Certo, quel cuore batteva forte, ma era ricoperto di cicatrici.
C'erano zone dalle quali erano stati recisi dei pezzi e sostituiti con altri, ma non combaciavano bene, così il cuore risultava tutto bitorzoluto. Per giunta, era pieno di grossi buchi.
Tutti osservavano il vecchio, colmi di perplessità, domandandosi come poteva affermare che il suo cuore fosse bello.
Il giovane guardò com'era ridotto quel vecchio e scoppiò a ridere:
"Starai scherzando!", disse. "Confronta il tuo cuore col mio, il mio è perfetto, mentre il tuo è un rattoppo di ferite e lacrime.”.
"Vero", ammise il vecchio. "Il tuo ha un aspetto assolutamente perfetto, ma non farei mai a cambio col mio. Vedi, ciascuna ferita rappresenta una persona alla quale ho donato il mio amore, ho staccato un pezzo del mio cuore e gliel'ho dato, e spesso ne ho ricevuto in cambio un pezzo del loro cuore, a colmare il vuoto lasciato nel mio cuore. Ma certo, ciò che dai non è mai esattamente uguale a ciò che ricevi e così ho qualche bitorzolo a cui sono affezionato, però ciascuno mi ricorda l'amore che ho condiviso.
Altre volte invece ho dato via pezzi del mio cuore a persone che non mi hanno corrisposto questo ti spiega le voragini. Amare è rischioso, certo, ma per quanto dolorose sono queste voragini che rimangono aperte nel mio cuore, mi ricordano sempre l'amore che provo anche per queste persone e chissà? forse un giorno ritorneranno, e magari colmeranno lo spazio che ho riservato per loro. Comprendi, adesso, che cosa sia la vera bellezza?"
Il giovane era rimasto senza parole e lacrime copiose gli rigavano il volto. Prese un pezzo del proprio cuore, andò incontro al vecchio, e gliel'offrì con le mani che tremavano. Il vecchio lo accettò, lo mise nel suo cuore, poi prese un pezzo del suo vecchio cuore rattoppato e con esso colmò la ferita rimasta aperta nel cuore del giovane. C’entrava, ma non combaciava perfettamente, faceva un piccolo bitorzolo.
Il giovane guardò il suo cuore, che non era più "il cuore più bello del mondo", eppure lo trovava più meraviglioso che mai perché l'amore del vecchio ora scorreva dentro di lui.