postato da soffio alle ore 22:47 martedì, 18 luglio 2006




La tribù dei Figli dell'avarizia
(Favola Araba)

C'era una volta una tribù berbera, che viveva in mezzo alle montagne, chiamata Beni Shahih che significa Figli dell'Avarizia. In effetti, i componenti della tribù erano conosciuti da tutti per la loro taccagneria. I viandanti che si dovevano fermare a riposare nel loro villaggio, sapevano già che sarebbe stato loro offerto solo un pó di siero di latte allungato con acqua, beveraggio che di solito si dà ai cani.
Un giorno, un uomo della tribù, stanco di essere preso in giro con la sua gente per l'avarizia, pensò di dover liberare il villaggio da questa cattiva fama, riflettè a lungo e alla fine gli venne un'idea.
Il giorno di mercato si recò sulla piazza, convocò a gran voce tutto il paese e disse:
" É vergognoso che tutti ci considerino avari, dobbiamo cambiare e dare agli altri una prova di generosità e ospitalità ".
Le sue parole furono accolte con entusiasmo e tutti chiesero che cosa dovessero fare. L'uomo disse: " Ognuno di noi, domani mattina, porterà un otre di ottimo siero con il quale riempiremo questa cisterna, cosi gli stranieri assetati che si troveranno a passare di qui, potranno bere invece dell'acqua dell'ottimo siero di latte. La notizia circolerà di paese in paese e tutti ci loderanno per la nostra generosità ".
I presenti furono d'accordo e decisero di trovarsi la mattina seguente per riempire la cisterna. A casa però, ognuno riempì il proprio otre d'acqua, senza farne parola agli altri, in quanto ognuno pensò che in una cisterna piena di latte nessuno si sarebbe accorto di un pó d'acqua versata.
La mattina seguente tutto il villaggio si trovò intorno alla cisterna, ma questa era completamente vuota e nessuno voleva iniziare a riempirla. Alla fine uno degli uomini disse: " Scommetto che i vostri otri sono pieni d'acqua ".
E gli altri replicarono: " E noi scommettiamo che anche il tuo otre contiene solo acqua! ".
Tutti scoppiarono in una risata e si resero conto di quanto sia difficile cambiare il proprio carattere.


postato da soffio alle ore 01:42 lunedì, 10 luglio 2006



Il Pozzo
leggenda Bulgara

Tica era stanco. Stanco della sua esistenza squallida e povera. Non aveva casa, non aveva affetti. Sovente gli mancava il cibo. Una faticaccia, vivere! Proprio una faticaccia. Tica camminava tra i campi, seguendo il filo nerissimo dei suoi pensieri consueti. E parlava con sé stesso:

"Che fai Tica, nel mondo? Devi trascinar per le strade questo tuo corpo infermo, questo tuo corpo logoro. Non riesci a combinar nulla di buono, povero Tica! E i giorni sono così lunghi a trascorrere, così lunghi! Sembra che il tempo, per te, sia fermo, fermo come quel salice che guarda lo stagno. Quando il vento soffia e le fronde dell'albero si agitano, ci si può illudere che l'albero si muova. Ma non si muove, è abbarbicato ai terreno. Anche tu, disgraziatissimo Tica, t'illudi, qualche volta, che il tempo, il tuo tempo, cammini; t'illudi di raggiungere la soglia di giorni nuovi. Ma i giorni nuovi, i giorni belli sono lontanissimi, oltre la terribile muraglia dell'eternità. I tuoi attimi senza fine, o Tica, hanno le radici nel dolore".
L'uomo raggiunse un pozzo, si appoggiò ai parapetto, vide l'acqua nera e lucida, in fondo. Gli parve un occhio, un immenso occhio che riflettesse, con la sua immagine, anche la sua infelicità.
Parlò all'immagine come aveva, poco prima, parlato a sé stesso.
- Fai bene, benissimo, a startene così, sempre più facile vivere nell'ombra. Il sole non si burla di te, non viene a contarti le rughe coi suoi raggi indiscreti. E non odi piangere i bimbi e non vedi morir gli uccellini. Ecco mi viene il desiderio di raggiungerti.
L'uomo si volse di scatto. Un vegliardo gli aveva toccato una spalla. Era uno strano vegliardo, molto curvo, molto magro. Il suo volto sembrava, tante erano le rughe, un groviglio di spago nerastro.
Tica restò colpito dagli occhi: due occhi raggianti come il sole. E anche la voce, in quel corpo trafitto dal tempo, era un armonioso miracolo.
- Che vuoi da me?
- Capisco che il pozzo ti seduce. La tua vita è grave, vorresti gettarla nell'acqua, ridurla un'ombra. Ma la vita è un dono di Dio, un terribile, sublime dono. Non importa che tu sia stanco. Devi continuar la tua strada, umilmente. Sopportar i ciottoli e le spine che ti forano i piedi, sopportar La polvere, il fango, sopportar il vento, la pioggia, la neve. E il freddo, il caldo. Io, sulla strada dell'esistenza, ho camminato molto. Camminerò molto ancora. Vedi? Sono decrepito. Ma non mi lagno. So che Dio, presto o tardi, concede il buon riposo a tutte le stanchezze.
Tica si senti miracolosamente tranquillo.
- Come hai indovinato la mia disperazione? - domandò al vecchio.
- Dentro di me parla il mio grande amico, colui che, un giorno, accompagnai sopra le strade della terra. Vuoi vederlo il mio grande amico La sua immagine è rimasta nelle mie pupille.
Tica fissò gli occhi raggianti del vegliardo e vide una figura fulgida.
- Non capisco - disse, e tremava. - Non capisco.
- Gesù, il sublime Viandante. E io sono Giovanni, il suo Apostolo. Per volontà divina, il mio povero corpo distrutto dal tempo resiste al tempo. Giro il mondo da secoli. E chi mi vede, chi figge lo sguardo nei miei occhi, è salvo. Tu sei salvo.
Il vegliardo se ne andò. Camminava senza lasciar l'orma dei piedi sul terreno molliccio della strada, senza far rumore.
Tica si avvicinò al pozzo per rivedere la sua immagine. Ma vide un'altra immagine: quella che aveva contemplato negli occhi luminosi dell'Apostolo. Si senti lieve, si senti felice. E riprese a camminare, guardando il Cielo.