postato da soffio alle ore 23:45 giovedì, 18 novembre 2004

Fiori lunari.

 

Si chiamava Magda. Era nata in maggio, durante i primi temporali estivi, quando il rombo dei tuoni squarcia il cielo a pezzi, e gli alberi si curvano sotto il vento. Lei era esile e fragile, aveva i capelli ramati color del fuoco, come la fiamma di una candela. Lei stessa era simile ad una candela, che, appunto, il vento spegne. Raramente sorrideva e se anche sorrideva quel suo sorriso era silenzioso, simile al sussurrare dell’erba, ma nessun mai l’aveva vista piangere. Le persone le sembravano incomprensibili e strane. Molto meglio capiva gli animali e gli uccelli. Erano più semplici e non le nascondevano mai niente. Per questo aveva preferito una casa lontana dalla gente, in un posto dove il fiume si divide in due bracci. Lei aveva un piccolo giardino dove coltivava fiori ed erbe ai quali metteva dei nomi inventati perché non conosceva i veri.

Non teneva animali in casa, ma dal bosco spesso arrivavano due cervi con i loro cuccioli e, talvolta, anche un lupo. Veramente non si avvicinava alla casa, ma l’aspettava sul limitar del bosco e Magda stessa andava dal lupo. Prima provò a nutrirlo, ma il pasto, al lupo non piaceva. Tuttavia non scappò e le permise persino di farsi accarezzare. Le mani della ragazza affondavano nel suo morbido pelo scuro e il lupo socchiudeva gli occhi, lasciando soltanto intravedere una striscia stretta e gialla fra le palpebre.

Spesso, soprattutto durante la primavera e l’autunno avanzato, Magda lasciava la sua casa sulla riva dei due fiumi e andava nel bosco per brevi periodi. Nel bosco raccoglieva erbe curative, parlava con le bestie e gli uccelli e cantava loro delle canzoni. Gli animali non avevano paura e non la evitavano, si erano abituati alla strana ragazza che capiva la loro lingua e che a nessuno mai aveva causato dolore, ma sapeva curarli. Se trovava animali feriti o malati li portava nella sua casa dove li curava con decotti amari d’erbe e bacche. Talvolta erano gli stessi animali che andavano da lei per chiedere aiuto.

Nel plenilunio andava sempre nel bosco, nel più folto, dove non c’era anima viva e tutti i sentieri erano praticati soltanto dagli animali. Là, tra i rami intrecciati degli alberi, c’era un piccolo lago, ricoperto di foglie e fiori caduti dagli alberi. Sull’acqua si sentiva l’odore denso e piccante delle foglie. La luna si rifletteva nel lago come una immobile sfumata chiazza bianca. Magda amava guardare nell'acqua, provava a distinguere le stelle, ma erano sempre diverse da quelle in cielo. Lei non conosceva i nomi delle stelle.

Nel plenilunio nella sua testa arrivavano strane parole, e lei cantava senza sapere né capire cosa cantava e a chi. Semplicemente cantava. E ballava. Non pensava in anticipo il movimento ma era soggiogata da una strana musica che suonava nella sua anima, e si abbandonava al ritmo. Batteva le mani sopra la testa come fossero bianche ali, i capelli si dispiegavano come la fiamma di un incendio. E poi, dopo il ballo, se quella danza si poteva chiamare ancora così, tanto strano e selvaggio era quel movimento, la sua anima si separava dal corpo, s’involava in alto sulle cime degli alberi, verso il cielo squarciato da sottili fili di raggi argentati. Lei poteva librarsi nel buio e nella luce nascente fino all’alba. E quando la nebbia si sollevava dalla terra e il cielo ad oriente baluginava, lei giaceva sulla terra fredda, senza forze e senza più pensieri, non ricordava niente eccetto il suo volo, e nei suoi occhi si condensava la malinconia per il cielo. Fino al successivo plenilunio.

Raramente Magda veniva nella piccola città, dove era nata. La cittadina era distante tre miglia dalla sua casa, ma la strada passava in mezzo ad una palude di torba, perciò lei ci andava raramente, e soltanto quando sentiva che a qualcuno dei suoi parenti succedeva una disgrazia e il suo aiuto poteva essere necessario. Ma la gente di malavoglia voleva l’aiuto di Magda, la ritenevano messaggero di disgrazie, perchè lei veniva solo quando qualcuno stava male. A Magda non piaceva questa città, dove le case stavano una accanto all’altra e per le piante non c’era posto, ma ancora di più a lei non piacevano i sospettosi sguardi delle persone che le parlavano alle spalle. E quella parola con la quale l’avevano soprannominata - strega. Quella parola le feriva l’anima, ma lei non si voltava e orgogliosamente alzava la testa, così che il fuoco dei capelli divampava e si spegneva. Ma se le persone adulte parlavano alle sue spalle, i ragazzini di solito le correvano intorno gettandole del fango e, talvolta, anche pietre.

Magda non capiva perché la gente aveva paura di lei e la odiava. Forse nella sua vita lei aveva causato del male a qualcuno almeno una volta? Ma lei mai aveva usato il suo sapere per fare del male o per avvantaggiarsene, ma solo per curare. Perché allora la odiavano? Soltanto perché lei non era come gli altri, perché sapeva sentire la voce delle piante e capire la lingua degli animali del bosco? Come avrebbe voluto che anch’essi almeno una volta avessero potuto sentire l’amorevole canzone della felce, le risa dell’acero o il pianto del salice inchinato sul fiume, danzare almeno una volta in una notte di luna quando l’incantesimo fa sbocciare i gigli d’acqua e almeno una volta sollevarsi sopra la terra. Allora quelli che le gettavano le pietre avrebbero capito…..Ma essi non sapevano volare, non sapevano ascoltare, non sapevano sognare.

Una volta, mentre raccoglieva nel bosco radici di fiori d’elfo, Magda sentì che nel bosco c’era qualcuno e che il bosco stesso non lo accettava. Per tutta la terra passava un’onda d’inquietudine. Magda si sollevò da terra e gli andò incontro. Non stava lontano dalla sua casa. Era una persona, un uomo. Magda lo chiamò, riuscendo in tempo a notare un sussulto quando bruscamente si voltò verso di lei. La furia, che balenava nei suoi occhi, lasciò posto allo stupore. Con gli occhi spalancati guardò la giovane esile come un ramo di salice, la ragazza dai capelli ramati indossava un lungo vestito verde scuro.

Una sola parola attraversò i pensieri dell’uomo ma subito svanì – la strega. Egli non aveva paura e nei prodigi non aveva mai creduto.

-         Salve. – affabilmente lei gli disse, - perché sei venuto da me?

-         Vado nel bosco.

-         Il bosco è la mia casa.

-         Chi sei?

-         Mi chiamo Magda. Ma io non conosco il tuo nome, sconosciuto.

-         Mi chiamo Richard. Non mi aspettavo di incontrare nessuno, soprattutto una ragazza, in questi boschi. Tu vivi sola qui?

-         Si non mi piace la città. La c’è troppo rumore e tra quel vociare non si sente niente.

-         E qui che cosa senti?

-         Qui sento me stessa.

Egli cominciò a ridere. Lei stava silenziosa, non capiva che cosa aveva detto di ridicolo.

-         Tu sei una strana ragazza, Magda. Che cos’è questo? – Improvvisamente le chiese indicando la pianta nelle sue mani.

-         E’ un fiore d’elfo. Il decotto dalla sua radice aiuta a vedere l’invisibile…

L’uomo ancora a lungo s’informò sulle proprietà dei fiori e sulle voci degli alberi.

A Magda sembrava che l’uomo le credesse e che volesse capire, ma uno strano presentimento non la lasciava tranquilla. Infine egli si accomiatò da lei e andò via, e lei rimase immobile guardandolo allontanarsi.

 La sera non vennero i due cervi, che già da due anni venivano da lei. Allora Magda stessa andò a cercarli e ben presto li trovò. Un cervo alla vista di Magda si gettò nel bosco, mentre il secondo…il secondo stava a terra in una pozza di sangue. Dal collo affiorava una freccia. Accanto al cervo c’era il suo cucciolo, che stupidamente urtava col musetto il corpo della madre non capendo perché non rispondesse. Magda prese il piccolo cervo sulle braccia, lo tranquillizzò e lo portò con sé a casa. Quel giorno seppe cosa fossero le lacrime.

L’uomo di nome Richard non le era uscito affatto dalla testa, nonostante fosse già passata un’intera settimana dal suo arrivo. Magda provava ad allontanare da sé il pensiero di lui, ma quello ritornava di nuovo, e di nuovo. I fiori nel suo giardino appassivano, mentre i cristalli, nei quali lei talvolta poteva vedere altri mondi, annerivano e niente più mostravano, ma Magda non voleva ammettere che fosse stato lui la causa del male. Tanto più che fosse lui il colpevole dell’uccisione del cervo. Lei ricordava la sua voce vellutata e gli occhi d’acciaio grigio chiari con i cerchi dorati. E non voleva ricordarsi di null’altro. Ma egli non ritornò né il giorno dopo né dopo una settimana. Allora Magda capì che non sarebbe mai più ritornato e nel suo bosco non sarebbe risuonata quella voce.

Arrivò la notte dell’incantesimo, la notte in cui le streghe volano sulla collina calva per danzare fino all’alba. In questa notte spuntano molte erbe che non si trovano altrimenti e i raggi lunari le colmano della loro magia. Proprio in questa notte si schiudono i Fiori Lunari, i quali possiedono la forza di legare un cuore all’altro per sempre. Ma non è facile trovarli, e chi vuole approfittare della loro forza, deve pagare un grande e, talvolta, terribile prezzo.

La sera Magda girò tutta la casa riordinando gli oggetti che le erano particolarmente cari: accarezzò con le dita la rilegatura in pelle dei vecchi libri e toccando i cristalli che si erano oscurati, le sembrava di respirare gli odori familiari dell’infanzia. Poi spense la candela e uscì nella buia notte dell’incantesimo. Il fresco vento primaverile le gettava sul viso l’odore delle giovani erbe che si stavano dischiudendo. Magda lentamente entrò nel fitto del bosco verso il lago incantato. Non aveva fretta, la notte dell’incantesimo era lunga. Tutto il bosco era inondato di luce lunare argentata e tutto intorno c’era un’aria irreale e incantata. Presso il lago Magda si fermò a lungo, senza decidere di guardare nell’acqua ma poi s’inclinò e cominciò a guardare nei neri occhi della notte. Nel profondo essa vide qualcosa che l’obbligò ad indietreggiare e, mentre sul viso le scivolava un riflesso di fuoco, vide quello che le serviva.

Lei sapeva dove crescevano i Fiori Lunari. Inchinatasi sul lago, Magda cominciò a cantare e a lanciare scongiuri che arrivavano da qualche luogo della mente. Con un coltello che portava sempre con sé, si fece un taglio sulla mano e gocce di sangue sparirono nella profonda e fitta acqua, dove, mescolandosi con i raggi della luna che si riflettevano sull’acqua, con una canzone stregata, diventò un  Fiore Lunare.

Appena apparso esso sembrava irreale, come se non fosse appartenuto a questo mondo, ma poi i suoi contorni diventarono distinti, il sangue di Magda gli aveva dato la vita. Magda guardò il fiore nato dalla sua magia, e non poteva allontanare lo sguardo. Poi pian piano sussurrò: ”Luce di luna ti supplico, luce delle stelle ti supplico, vento fresco ti supplico, cielo scuro ti supplico, sangue mio ti supplico, che gridino le pietre, che si spengano le stelle, che il fuoco bruci l’anima, che io sia eternamente maledetta. Purché egli sia mio. Che s’ innamori, che dimentichi tutto ma non me, che, che, che….” Indugiando un attimo, Magda allungò una mano e strappò il fiore. Quando il gambo si spezzò, gridò come se lei stessa fosse quel fiore e cadde sull’erba stringendolo nelle mani.

Le stelle si spensero. Lentamente arrivò un’alba grigia e scura.

Aprendo gli occhi Magda non vide niente. Prima pensò di essere diventata cieca, poi capì che così non era. Semplicemente intorno a lei tutto era scuro. Dopo che i suoi occhi si abituarono al buio, vide che era circondata da muri di pietra e che l’avevano incatenata ad una porta di ferro. Soggiogata da una improvvisa paura, Magda si gettò sulla porta ben sapendo che sarebbe stato inutile. Quello che aveva visto nel lago si doveva compiere.

Stava in un palazzo. Oh se avesse saputo, se avesse potuto prevedere, che questo sarebbe accaduto così presto…. Lei non sapeva quanto tempo era passato dal momento che la porta si aprì e un uomo vestito di nero la portò via per essere interrogata.

Nei sotterranei regnava la notte più buia. E la notte stava nella sua anima. Al ritorno la portarono perché non poteva camminare. I suoi capelli rossi come il fuoco erano bagnati di sangue. Nel deliquio si agitava sul pavimento di pietra della prigione gridando le risposte alle domande che un uomo incappucciato le faceva.

-         Tu hai fatto un accordo col diavolo, strega?

-         No.

-         Tu sei volata al ballo delle streghe?

-         No.

-         Tu hai abbandonato Dio per legarti con i demoni?

-         Tu…..

-         No, no, no!

Non l’ascoltavano. Non le credevano.

Le parlavano della luce, della causa del suo male, che le avrebbero salvato l’anima ingannata dal diavolo. Affermarono che Dio l’avrebbe perdonata se lei avesse veramente mostrato i suoi peccati e loro l’avrebbero aiutata in questo. Parlavano….

Il dolore. Il dolore era tanto che non poteva più gridare, ripeteva soltanto: no, no, no….

-         Perché nella notte di Santa Valpurga sei andata sul lago nel bosco. Volevi fare una magia?

-         No.

-         Tu menti, strega. Tu volevi ammaliare quest’uomo?

Il terrore che era più forte del dolore e della paura della morte, obbligò Magda ad alzare la testa e a guardare negli occhi d’acciaio che così spesso aveva sognato.

Se avesse potuto avrebbe gridato. Ma le forze l’avevano abbandonata e si sentiva sprofondare nell’oscurità. Non le chiesero più niente. Forse aveva riconosciuto la sua colpa. Ma non ricordava. Soltanto i suoi occhi…

 La dovevano bruciare all’alba del giorno dopo. Quella notte non potè dormire. Il dolore delle torture l’obbligava a gridare ad ogni movimento, ma il dolore dell’anima era più forte. Davvero quello che lei aveva amato l’aveva denunziata? Non riusciva a crederci, nonostante l’evidenza. Perché, per cosa? Si, aveva peccato, si era avvalsa della forza della magia per sé. Ma anche lei non meritava la felicità? Semplicemente l’umana felicità….

 Le dissero che il diavolo le aveva strappato l’anima, che soltanto Dio poteva salvarla, soltanto il fuoco avrebbe purificato la sua anima. Essi dicevano che lei era tenebra, mentre nei loro occhi c’era luce e le loro parole l’irradiavano di bontà. Se essi erano la luce lei era pronta per andare nelle tenebre. Se essi agivano nel nome di Dio, allora era meglio vendere l’anima al diavolo. Pur di non vedere la loro luce, tanto simile al fuoco, e di non conoscere il loro bene, col quale curano le torture e il dolore, Magda non temeva più il rogo. Il fuoco non aveva potere sulla sua anima.

Sulla piazza della città si era radunata tanta gente. Non capitava spesso di vedere lo spettacolo di una strega al rogo. Magda fu condotta attraverso una folla di gente che la trattava sputandole dietro. Ma lei non li vedeva. Supplicava solo che lui non fosse qui. Ma anche questa preghiera non fu ascoltata. Gli passò vicino senza alzare lo sguardo. Il quel momento desiderava d’essere cieca.

La fecero salire sul patibolo e la legarono al palo mettendo un mucchio di sterpi. Lei non guardava più la folla che si era fatta silenziosa, il suo sguardo cercava il cielo. Là ad oriente sorgeva il sole, e la sua luce le inondava il viso rigato di lacrime.

Quando la fiamma avvampò non fece nessun sussulto. Soltanto, i suoi occhi erano spalancati come se volesse prendere in sé tutto il cielo. E poi dopo che il fuoco afferrò il suo corpo, lanciò un grido. Ma nessuno capì di chi era il nome che lei gridò nel fuoco.

L’uomo che si trovava più di tutti vicino al patibolo, in quell’attimo vide che dal fuoco si sollevava un bianco uccello, che aprendo le sue ali sul rogo si gettava nel cielo infinito Ma nessuno notò come quella persona si coprì il viso e aprendosi un varco tra la folla andò via dal patibolo.

Si dice che quando la gente ritornò alla casa della strega lo trovarono impiccato alla soffitta. E si dice che si chiamava Richard, cacciatore alla corte del re, e che questi l’aveva inviato come inquisitore a punire Magda, ma ora la vendetta della strega l’aveva raggiunto.

Nessuno saprà mai che nella notte di Santa Valpurga dal sangue nasce un magico Fiore Lunare e a chi apparteneva il nome che Richard sussurrò d’innanzi alla morte.

Traduzione di Luigi Novelli da “Lunnje Tsveti”, favola pubblicata sul sito russo “Neofizialnaja Moskva”.

 

 

 

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categoria : leggende
postato da soffio alle ore 23:23 venerdì, 12 novembre 2004

La Grotta dell'Infinito

 

Vivevano presso la Badia di San Vittore due bellissimi giovani, perdutamente innamorati. Nonostante li unisse la comunione di un grande amore, le rispettive famiglie, avversate da profonda ostilità, impedirono con ogni mezzo il loro matrimonio. Disperati per questa situazione senza possibile soluzione, abbandonarono le abitazioni e, imprecando contro la propria parentela, fuggirono sul Monte della Valle per rimanere nella selva buia. Cauti e prudenti come due capretti inseguiti, vagarono nel bosco il giorno e la notte successiva, vinti e compiaciuti dalla passione d'amore. Infine, presso un macigno, scoprirono una grotta e sembrava che tutta la valle palpitasse di allegria per la loro felicità. Sarebbero rimasti in questo luogo segreto per lungo tempo, con i loro bambini, fra le ginestre e il gregge, fino a che S. Vittore non avesse riconciliato i genitori. Una sera d'inverno, nell'ora del tramonto, la giovane, recatasi per una non precisata necessità all'interno della Grotta, svenne e riavutasi cercò di liberarsi ma, per uno strano sortilegio, acquistò le sembianze di una capra. In tutte le sporgenze nacquero caprifichi che ella dilaniò con gli zoccoli e con il muso. A voce bassa disse al giovane che una forza diabolica l'aveva ridotta in quello stato e da quel momento non parlò più scomparendo per sempre nel sotterraneo, convertita in fantasma. Il giovane, esterrefatto, ricercò la propria amata per tre giorni e per tre notti fino a che l'invase la più triste amarezza e non potendosi dare pace per l'accaduto si adirò, corse come un toro infuriato, bruciò la selva fino a che si fermò presso l'antro battendo le tempie sulla pietra. Anch'egli fu colpito da sortilegio, cambiò colore e divenne un masso disposto a guardia della grotta. Nell'aria maligna, pesante come una maledizione, sibilò il vento, sogghignarono le forze del male. In quel medesimo luogo, ogni sera, quando il sole discende dietro i monti e la valle si addormenta, una capra esce dalla fenditura e un grido lacera l'aria facendo tremare i pioppi del fiume e le querce della montagna. La Grotta viene per questo chiamata anche la "Grotta della Capra".

 

leggenda Marchigiana

postato da soffio alle ore 13:31 martedì, 09 novembre 2004


DA "I Raccondti del Mare" di Armando

Il pescatore di sogni

Di pochi uomini il mare conserva un buon ricordo. Di poche anime ne sente il respiro. Di pochi cuori ne ascolta il battito. Come gli uomini che parlano ai cavalli,così i pescatori di sogni parlano all’acqua; che non è come parlare al vento.
I pescatori di sogni raccolgono dalle onde leggere i respiri di un amore,dagli anfratti scogliosi colgono immagini lontane di vita che si rinnova onda dopo onda,dalla sabbia fina e leggera,che basta un po’ di vento per farla volare,i pescatori di sogni prendono le orme dimenticate e le riportano in vita. Ascoltano l’eco delle voci dei bambini ed il rumore silenzioso dei loro castelli sgretolati. I pescatori di sogni non hanno bisogno di alcun tempo per recarsi al mare,il mare vive in loro. Basta chiudere gli occhi,per un pescatore di sogni,per sentire il profumo della vita in continuo movimento,il rumore leggero delle onde che scivolano alla riva,dei cavalloni che si infrangono schiumeggianti alle scogliere e ridere,sorridere,ricordando di quando sono stati bambini…..




Si narra di uomo che, avendo scelto il mare per amico,confidava a lui ogni cosa. Un amore,un desiderio,un dolore grande e insopportabile,una gioia infinita da riuscire a tenerla chiusa in petto.
Fin da bambino viveva con il mare dentro al cuore. Gli bastava vederlo per sentirsi felice. Passava ore e ore a guardare il movimento lento,continuo,perenne delle acque bagnanti la riva che,come per magia, si ritiravano lentamente e ritornavano,si ritiravano e ritornano sempre,per sempre….
Da bambino,quando andava al mare,passava le sue giornate in acqua incurante dei richiami della mamma. Il suo sport preferito era raccogliere vongole. Era bellissimo. Stava tre o quattro ore filate a pescare. Con le pinne scostava la sabbia e poi,d’incanto,ecco apparire tanti piccoli lembi bianco-grigi che sembravano innumerevoli occhi che fissavano:erano le vongole;un gran respiro e giù a prenderle. Era bellissimo affondare le mani nella sabbia morbida ed uscire coi pugni pieni di conchiglie. Ogni tanto qualcuna pizzicava oppure qualche granchietto nascosto,dava un morso con le chele aguzze ma era poca cosa al confronto della gioia provata ad ogni risalita.
Il mare era generoso con il suo amico. Gli donava le preziose conchiglie in abbondanza,sapeva di farlo felice. Man mano che cresceva imparò tutti i segreti della pesca senza mai abusare nell’approvvigionamento di quei doni. Il bambino cresceva e l’uomo pian piano si allontanava dal tempo dei giochi,delle corse sulla sabbia e dei castelli con i suoi canali,i ponti,le gallerie,franate rovinosamente come i sogni della vita,i sogni che poi,domani,sarebbe andato a ricercare…..
E trovò il suo primo amore,una sera,seduto alla riva;e trovò gli occhi dimenticati di suo padre,seduto alla scogliera;e trovò le carezze da bambino,di sua madre e la voce calda,lo sguardo dolce della nonna e il suo migliore amico,andato via in un mattino d’estate,sotto il sole,senza nemmeno una parola,un saluto.
Quante birre hanno bevuto assieme,il mare non lo ricorda più. Ubriachi di bottiglie vuote giocavano poi coi tappi stanchi di essere girati,rotolati fra le dita e poi,finalmente,lanciati via. Il mare,fedele,li riportava indietro.
Il pescatore di sogni lanciava la sua lenza e aspettava paziente,non il pesce,ma lo scorrere del tempo.L’esca,erano i suoi pensieri che,attirati dall’odore forte del mare,si tuffavano nelle acque fresche alla ricerca non di prede,ma di soluzioni,di intuizioni,di promesse dimenticate da portare a termine,di un momento di pace,di refrigerio,di conforto per la sua anima.
Il pescatore di sogni parlava al mare che gli rispondeva;bisbigliava la sua voce fra le onde e urlava il disappunto o il suo consenso attraverso i fischi dei gabbiani.
Il pescatore di sogni credeva che per ogni stella caduta in mare,un’anima si reincarnava nel corpo di un uomo e allora chissà,se quella notte,in cui le stelle caddero a decine,il suo amico non tornò a vivere chissà dove…..e magari un giorno,chissà,si sarebbero incontrati ancora e il mare,glielo lasciò credere.
Si dice che il mare all’orizzonte si unisce al cielo ma gli uomini ormai,non ci credono più.
Solo il pescatore di sogni conosce la verità,gliel’ha detta il mare una sera che pioveva forte,La pioggia batteva sui vetri dell’auto,i fari illuminavano la scogliera e il fumo della sigaretta si spegneva appena usciva dal finestrino semichiuso.
Le gocce rimbalzavano sul mare come ballerini all’opera,ballavano una danza antica come il mondo e una musica si sollevava adagio nell’aria. Il bisbiglio delle onde si trasformò in una voce calda,lenta,forte:
“Questa sera ti confido un segreto,amico mio,allontana i tuoi pensieri e ascoltami. La leggenda è vera;il mare all’orizzonte si unisce con il cielo. Il mondo è una palla gigantesca e il cielo altro non è che il mare alto;il mare altro non è che il cielo basso.
Gli uomini non possono saperlo questo segreto,tienilo per te. Gli uomini sono ingordi di sapere,vogliono scoprire sempre mondi nuovi. Guai se il segreto venisse svelato. Il cielo sarebbe invaso da loro,sporcato dai rifiuti,avvelenato dagli scarichi,contaminato dall’odio e dalla sete di potere e non potrebbe più rigenerare il mare,che ancora è vivo grazie a questo mutamento continuo,a questo rotolare insieme invisibile delle acque

e delle nuvole.”

Quando il pescatore di sogni si risvegliò,dentro l’auto,la pioggia era cessata. Il mare si era calmato. Sparse,sui sedili,stavano tre anzi,quattro bottiglie ma……mancavano i tappi……… allora forse……... è stato tutto vero……

AUTORE:ARMANDO



postato da Borea alle ore 08:20 lunedì, 08 novembre 2004

La distribuzione dei doni celesti
E quando il sole annunciava la nascita di un nuovo giorno, Dio si riunì con i suoi Dodici Figli Amati e seminò in ciascuno di loro il seme della vita umana. Uno per uno si avvicinarono al Padre per ricevere il loro regalo.
A te, Ariete, dono la mia semente. Seminala. Ogni seme che seminerai ti si riprodurrà mille e mille volte. Il seme crescerà e darà frutto ma tu non avrai tempo di vederlo, perché tutto ciò che seminerai creerà nuovi semi che si dovranno propagare. Tu sarai il primo ad introdurre la Mia Idea nella mente dell’uomo, ma non spetta a te nutrire quest’idea né discuterla.
La tua vita è azione, e l’unica azione che ti affido è: iniziare a rendere l’uomo consapevole della mia creazione. Per questo ti do la virtù dell’Apprezzamento.
Quietamente Ariete torno al suo posto.
A te, Toro, dono il potere di costruire. Fai che il seme si trasformi in sostanza, il tuo lavoro è molto grande e richiede pazienza. Dovrai terminare tutto quello che è stato iniziato, altrimenti i semi saranno come parole al vento. Fai che fruttifichi ciò che è stato seminato. Non t’interrogherai né cambierai opinione nel tuo lavoro, né chiederai aiuto per compierlo.
Affinché tu possa realizzare tutto ciò, ti do il dono della Forza: utilizzala abilmente.
E Toro ritornò al suo posto.
A te, Gemelli, dono le domande senza risposta, la ricerca senza fine. Mostra e fai che gli uomini capiscano tutto ciò che osservano intorno a loro. Non saprai mai perché l’uomo parla e perché ascolta, ma nella tua ricerca di una risposta troverai il mio dono: la Conoscenza.
E Gemelli tornò al suo posto.
A te, Cancro, affido il compito di manifestare all’uomo il mondo delle emozioni. Farai che conoscano le risa e il pianto, facendo in modo che tutto ciò che vede e pensa nel suo cammino partecipi pienamente in lui. Affinché tu possa compiere pienamente la tua missione ti do dono della Famiglia. Così ogni pienezza si potrà moltiplicare.
E Cancro tornò al suo posto.
A te, Leone, affido il compito di manifestare la mia creazione, in tutto il suo splendore. Mostrando la grande opera guardati dall’orgoglio. Ricordati sempre che è la Mia Opera e non la tua, se ti dimenticherai di questo, gli uomini ti disprezzeranno. C’è molta allegria nel lavoro che ti affido, se lo compi bene.
Per questo ti do il dono della Onorabilità.
E Leone tornò al suo posto.
A te, Vergine, chiedo di custodire gelosamente la mia Creazione, vigila e analizza tutto ciò che l’uomo ha fatto in essa. Dovrai osservare dettagliatamente i loro cammini e ricordare loro i loro errori, in questo modo attraverso di te saranno perfezionati.
Affinché tu possa compiere la tua missione ti do il dono della Purezza di Giudizio.
E Vergine ritornò al suo posto.
A te, Bilancia, affido la missione di servire. Desta nell’uomo la coscienza dei suoi doveri verso gli altri affinché possa imparare a cooperare, così come ad apprezzare l’altra parte dei suoi atti. Ti porrò ovunque ci sia discordia e, per tutti i tuoi sforzi, ti do dono dell’Amore.
E Bilancia ritornò al suo posto.
A te, Scorpione, affido un compito molto difficile. Tu avrai la capacità di conoscere la mente umana, ma custodirai nel segreto tutto ciò che avrai imparato. Molte volte soffrirai per ciò che vedrai e nel tuo dolore mi negherai e dimenticherai chi sono. Sarà la perversione della mia idea che ti causerà questo dolore. Vedrai tanto, dell’uomo, che lo conoscerai come animale e lotterai con tutte le tue forze contro gli istinti animali dentro di te e questo ti svierà dal cammino. Ma quando finalmente uscirai vittorioso dalla tua lotta e tornerai a me, Scorpione, avrai per te il dono supremo della Risoluzione.
E Scorpione ritornò al suo posto.
A te, Sagittario, chiedo che insegni all’uomo l’allegria. Fai che rida, affinché in lui la concezione della mia idea non si amareggi. Attraverso le risa darai speranza all’uomo e attraverso la speranza egli ritornerà a Me. Sarai vicino a molte vite nello stesso momento e conoscerai l’inquietudine di ogni vita che toccherai.
A te affido il dono dell’Abbondanza Infinita, affinché tu possa propagarti e raggiungere tutti gli angoli di oscurità e portare loro la luce.
E Sagittario ritornò al suo posto.
A te, Capricorno, affido il compito di insegnare all’uomo a lavorare. Il tuo compito non è facile, perché sentirai il peso degli sforzi dell’uomo sulle tue proprie spalle.
Per la grandezza della tua missione pongo nelle tue mani la Responsabilità dell’uomo.
E Capricorno ritornò al suo posto.
A te, Acquario, dono la conoscenza del futuro, mostra all’uomo nuovi cammini. In te anniderò il dolore della solitudine perché farai che il Mio Amore non sia personale.
Per poter mostrare all’uomo e focalizzare il suo sguardo verso nuovi cammini ti do il dono della Libertà e la tua Libertà continuerà a servire l’umanità quando essa avrà bisogno di te.
E Acquario ritornò al suo posto.
A te, Pesci, affido il compito più difficile di tutti. Ti chiedo di raccogliere le tristezze dell’uomo e restituirmele. Le sue lacrime saranno le mie lacrime. Il dolore che raccoglierai è il risultato della mancanza di comprensione della mia Idea per l’uomo, ma tu gli darai compassione perché possa ricominciare di nuovo. Essendo questo il compito più difficile, ti do il dono più grande di tutti: sarai l’unico dei miei Dodici Figli che mi potrà capire, ma il dono della Comprensione è per te. Custodiscilo perché quando proverai a renderne partecipe l’uomo, egli non ti ascolterà.
E Pesci ritornò al suo posto.
Quindi Dio disse:
“A ciascuno di Voi spetta una parte della mia Idea. Non confondetevi pensando che questa parte sia l’Idea totale e non desiderate di cambiare la vostra parte con quella di un altro. Ciascuno di Voi è perfetto, ma non sarete coscienti di ciò finché i Dodici non saranno Uno. In quel momento la mia Idea si rivelerà a ciascuno di Voi in tutta la sua integrità.”
Ricevuta la loro missione, i giovani se ne andarono. Ognuno si diresse a indirizzare il suo lavoro nel miglior modo possibile, per poter ricevere il suo dono, ma nessuno comprese pienamente il proprio compito né il suo dono.
Quando ritornarono confusi, Dio disse loro:
“Ciascuno di Voi crede che il dono dell’altro sia migliore del proprio, lascio che vi scambiate i compiti e i doni.”
In quel momento tutti si rallegrarono pensando alla possibilità della loro nuova missione.
Però Dio sorridendo disse loro:
“Tornerete a me molte volte e mi chiederete che vi liberi della vostra missione, e ogni volta acconsentirò ai vostri desideri. Passerete attraverso innumerevoli reincarnazioni prima di compiere la missione originale che vi ho affidato. Vi do tempo illimitato per compierla, ma solamente quando l’avrete compiuta potrete stare con me.”