postato da soffio alle ore 00:35 domenica, 31 ottobre 2004

LEGGENDA

 

Quando, da povero e semplice ignoto,

nostro Signore andava per il mondo,

e a lui tanti discepoli accorrevano

che solo di rado capivano il suo verbo,

più di ogni altra cosa lui amava

intrattenersi in mezzo alla strada,

perché, sotto lo sguardo del cielo,

si è più liberi, si discute meglio.

Qui enunciava le più alte dottrine

a loro dalla sua bocca divina;

in modo speciale con parabole e esempi

di ogni mercato lui faceva un tempio.

 

Così, nella pace dello spirito, cammina

un giorno con loro verso una cittadina,

vide qualcosa in mezzo alla strada,

 

un ferro di cavallo, rotto, che luccicava.

Allora disse a san Pietro:

«Raccogli un po' quel ferro!»

San Pietro non era di luna buona,

nell'andare aveva appena sognato qualcosa

sul governo del mondo, un progetto

che a tutti è bene accetto:

nella testa infatti non ha barriere;

questi erano i suoi più cari pensieri.

L'oggetto trovato non valeva la pena,

non era né scettro né corona;

perché curvarsi sopra un ferro

di cavallo, e neppure intero?

Lui quindi si volge altrove

e fa il sordo a quelle parole.

 

Il Signore, come sempre benevolo,

raccoglie il ferro lui stesso

e fa finta di niente anche più avanti.

Quando sono arrivati in città,

davanti alla bottega di un fabbro,

riceve dall'uomo tre soldi in cambio.

Passando per il mercato vede

che ci sono delle belle ciliege,

ne compra, poche o tante, quante

per tre soldi te ne vogliono dare,

e sùbito, nella maniera solita,

le ripone tranquillo nella manica.

 

E ora uscirono dall'altra porta,

per prati e campi, senza una dimora,

anche la strada era spoglia di alberi,

il sole ardeva, la calura era grande,

e per un sorso d'acqua in questo posto

si sarebbe pagato molto.

Il Signore avanti tutti muove il passo,

lascia cadere una ciliegia a un tratto.

San Pietro si getta su di essa a volo,

come se fosse una mela d'oro;

la bacca piaceva al suo palato.

Il Signore dopo un piccolo tratto

lascia cadere un'altra ciliegina

su cui san Pietro sùbito si china.

Così il Signore lo invoglia

a chinarsi sulle ciliege più d'una volta.

E così per un bel pezzo.

Poi disse il Signore con allegrezza:

«Se ti fossi mosso quando dovevi,

era minore lo sforzo che facevi.»

Chi le piccole cose disdegna,

per cose più piccole poi si dà pena.

 

J. W. Goethe

 

postato da Borea alle ore 08:15 giovedì, 28 ottobre 2004

Leggende di Daresia: La fine del Mondo

 Centinaia di anni prima che le terre di Daresia fiorissero come voi, giovani avventurieri, le potete vedere ora, il mondo conosciuto era un luogo privo di valori, dove la corruttibilità e l’impurezza dominavano sopra ogni virtù e valore.
Erano quelle le origini, dove il mondo forgiato con tanta grazia e speranza dagli Dèi si era ormai tramutato in un immenso contenitore ripieno fino all’orlo di sentimenti e degli ideali negativi di intere popolazioni.
Gli Dèi allora osservarono ciò che avevano creato e, stringendosi il cuore, imboccarono l’unica via che avrebbe potuto dar vita, un giorno, alla Dalila che loro sempre cercarono di plasmare e che in molti, nei loro sogni mortali, videro in visione, ma solo per essere bruscamente destati da una situazione giunta ormai all’esasperazione totale.
Maremoti, terremoti, incendi, uragani iniziarono a seminare il panico tra tutte le razze e i popoli delle Forze del Bene e del Male, finchè una vecchia profezia non fu svelata e la fine del mondo rilevata. Un mese fu ciò che rimase ai mortali per dare un significato alle fatiche e ai sacrifici di una vita mentre i più, coloro che avevano sperperato e abusato di se stessi come degli altri durante la loro esistenza, rimasero impietriti a tale annuncio, incapaci di trovare dentro di sé la forza per reagire di fronte ad una sentenza di morte.
Il mese divenne due settimane e, mentre molti abbandonavano le terre di Daresia cercando fortuna e salvezza su altri mondi, alcuni rimasero per dare sfogo ai loro più repressi desideri, mentre altri, un tempo valorosi Cavalieri, in preda ad una pazzia mortale, iniziarono a sfogare la loro rabbia interiore sui loro stessi compagni di sventura, tramutandosi in spietati assassini in un mondo ormai piombato nel caos più totale.
Infine, il tramonto del trentesimo giorno predetto dalla profezia divina, giunse sulle terre di Daresia abbandonate ormai al sole come un tempo furono abbandonate dagli Dèi.
E l’oscurità colpì tutti i valorosi Cavalieri ancora presenti nelle lande ormai desertiche. La Luna era ormai sorta da diverse ore quando un leggero tremore iniziò a scuotere le terre conosciute, per tramutarsi nel giro di pochi eterni minuti in un assordante quanto devastante terremoto.
Il calore iniziò ad aumentare a tal punto che i Dèmoni stessi furono costretti ad uscire dall’inferno mortale per trovare riparo, invano, dall’ira divina.
Fu così che, nell’ultima notte della storia, l’intere Forze del Male si radunarono, riunite dal loro pur sempre vivo e forte istinto primordiale, per sferrare l’estremo, finale, effimero attacco al simbolo del loro eterno rivale, le Forze del Bene.
Una fitta nuvola rossa avvolse l’immensa armata demoniaca rendendola visibile a decine di miglia mentre i pochi valorosi Cavalieri, ormai rassegnati al loro destino, si riunirono nel cuore della loro regno pronti a vincere, a costo della vita, lo scontro finale.
L’esercito del Male avanzò rapidamente invadendo l’intero regno nel giro di pochi istanti.
La battaglia infuriò selvaggia per diverso tempo, Draghi dorati si affrontavano nel cielo contro le schiere di Draghi rossi che nel giro di poco tempo si erano scagliati sugli ultimi Cavalieri rimasti, ormai insensibili alle catastrofi naturali che nel frattempo sgretolavano tutte le terre conosciute.
Intanto, lassù nei cieli, qualcuno rimase commosso ammirando come, nel mondo da loro creato, poche valorose rose fossero riuscite a sbocciare in mezzo al deserto, e una lacrima si fece strada sul loro viso.
La lacrima cadde per tramutarsi nella sua discesa in un immenso uragano che investi improvvisamente le terre conosciute, mentre impassibili, a Deira, lo scontro finale infuriava senza vinti o vincitori.
Il tempo parve però fermarsi poco dopo, quando tutti gli esseri viventi cessarono ogni attività per volgere lo sguardo verso est, dove, nell’attimo più lungo della vita di ogni mortale, un’immensa montagna, distante centinaia di miglia, nacque dalle viscere della terra.
Incapaci ormai di reagire, tutte le razze, tutti i popoli, ogni singolo essere benigno o maligno cessò di interessarsi per tutto ciò che era stato e che fu attorno a lui in quel momento, fissando ormai sereno i meteoriti che dal centro del cratere della Montagna di Fuoco, spazzarono via ogni singola città e individuo delle terre emerse, solo Deira rimase indenne.
Dalila rimase in silenzio per un solo attimo, poi la montagna di fuoco, quasi fosse rimasta a rimirare lo spettacolo che le si pareva davanti, concluse la sua opera distruttiva scagliando l’ultimo, enorme, meteorite che puntò dritto verso gli ultimi sopravvissuti.
Furono secondi eterni e mentre il masso si avvicinava ogni eroe rimembrò le sue gesta eroiche, le epiche battaglie, le avventure al limite del reale, i fedeli compagni di viaggio come i più infimi nemici, ora tutti accomunati da un triste destino.
Il meteorite oscurò la Luna alta nel cielo fino a coprire l’intera visuale degli astri, per poi scagliarsi, d’un tratto, su quella che era stato il centro del mondo passato, ormai ridotto ad un cumulo di cenere…
Gli eroi ripresero conoscenza dopo un tempo indeterminato in seguito all’impatto, ciò che videro sicuramente non l’avrebbero mai immaginato. Il Nulla li circondava mentre loro erano tutti lì, disposti in circolo, privi di ogni sensazione corporea, come immersi in un profondo sogno.
Secondi, minuti, giorni, anni, secoli, ere forse passarono, nessuno può dirlo quando Fizban comparve nel mezzo del limbo:
"Valorosi Cavalieri…
Voi siete tutto ciò di buono che sia mai esistito in secoli di storia di un intero pianeta, il dono che sto per farvi è più prezioso di qualunque altro che voi abbiate mai ricevuto.
Voi avrete l’onore di essere i Portatori del Bene e della Luce nel Nuovo Mondo, nato sulle fertili ceneri di quello defunto nei Tempi andati mentre voi siete rimasti sospesi in questo limbo in mia attesa.
Ora andate, che le vostre Anime possano ritrovare la gloria nei vostri futuri nuovi corpi mortali."
Il sonno riprese possesso di tutti i Cavalieri presenti, le immagini si fecero confuse, mentre il vuoto attorno al limbo si fece sempre più vicino…più vicino…e il sonno prese con sé tutti i presenti.
Secoli dopo, dei giovani valorosi avventurieri si iniziarono a distinguere sugli altri nella Nuova Deira,pronti a ripercorrere e a superare le gesta dei loro antichissimi predecessori che ere prima affrontarono le Forze del Male in epici scontri contro Maghi malvagi e contro schiere demoniache affiancate da Draghi Rossi nell’immenso Scontro Finale di cui solo antiche leggende tramandate da persone inafferrabili narrano le gesta.
E fu l’inizio di una nuova era….

(Autore Fizban – fonte: Dalilaworld.com)


postato da soffio alle ore 16:55 giovedì, 21 ottobre 2004

La fortuna del cavallo

Un giorno un cavallo, ricco d'ornamenti, venne incontro a un asino che, stanco e carico com'era, tardò a dargli la via. " Avrei una gran voglia - disse - di fracassarti a calci ".L'asino non rispose: e con un gemito chiamò testimoni gli dei. Passò qualche tempoIl cavallo durante una corsa, azzoppò e fu mandato a servire in campagna. Appena l'asino lo vide tutto carico di letame: " Ricordi - domandò - che boria e che pompa? Ah? E che n'hai avuto? Eccoti ridotto alla miseria che prima spregiavi ".

I felici che disprezzano l'umile, sanno essi quale sarà il proprio domani?

(Esopo)

postato da soffio alle ore 09:44 lunedì, 11 ottobre 2004

Il ragno e la rondine

Era la terza volta che il ragno stendeva il suo filo d'argento tra un albero e l'altro, ed ogni volta una rondine beffarda, passando a volo radente, glielo tagliava col becco.

- Perché non mi lasci lavorare? - chiese il ragno.

- Che noia ti dò?-

- Tu sei un perfido animale - rispose la rondine - e la tela che prepari è una trappola mortale.-

- E tu - disse il ragno - che cosa fai? Non voli sempre a bocca aperta per catturare gl'insetti? Io, almeno, lavoro. Partorisco fuori di me questi fili e con la mia arte li compongo in una maestrevole tela; ed essa, come ricompensa, mi dà la preda quando ci resta presa.-

Leonardo da Vinci: da Leggende: Ragno. H. 17 r.

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postato da soffio alle ore 15:00 martedì, 05 ottobre 2004

Il corvo superbo ed il pavone

Perchè non piaccia gloriarsi dei beni altrui,
e passare piuttosto la vita colla propria condizione,
Esopo ci tramandò questo esempio.
Il corvo gonfio di vuota superbia
raccolse le penne, che erano cadute al pavone,
e se ne adornò. Poi, disprezzando i suoi
come si confonde al bel gruppo dei pavoni,
essi strappano le penne all'uccello svergognato,
e lo cacciano a beccate. Male conciato il corvo
dolente cominciò a ritornare dalla propria razza,
ma respinto da questo prese un brutto rimprovero.
Allora uno tra quelli che prima aveva disprezzato
" Se fossi stato contento delle nostre situazioni
ed avessi voluto sopportare ciò che Natura aveva dato,
nè avresti sperimentato quella umiliazione
nè la tua disgrazia sentirebbe questo rifiuto ".

Fedro


















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